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Glow – La recensione di Rockin’ Donuts

Glow

“Ma chi è che guarda il wrestling?” “Oh tutti! Persino mia nonna guarda le superstar del wrestling!”.

In realtà, tutti l’abbiamo fatto almeno una volta, tutti sappiamo chi sono John Cena, Hulk Hogan, Undertaker o Vince McMahon.

Pochi, invece, conoscono G.L.O.W., il programma americano che, negli anni ’80, portò per la prima volta in tv le Georgeous Ladies of Wrestling, le fantastiche donne del wrestling, a cui si ispira la nuovissima serie Netflix, composta da 10 episodi di circa 30 minuti ciascuno.

Ambientato (benissimo) nella Los Angeles del 1985, Glow racconta la storia di un gruppo di donne, provenienti dagli ambiti più disparati, accomunate dalla ricerca di un’occasione in un mondo che sembra non avere abbastanza spazio per loro: Ruth, interpretata da Alison Brie, è un’attrice che da sempre ambisce ad interpretare quei ruoli forti e carismatici che, puntualmente, vengono affidati agli uomini; Debbie (Betty Gilpin), mamma ex-attrice in cerca di riscatto post-parto e divorzio; Cherry (Sydelle Noel), attrice troppo nera per lavorare in un cinema sempre più bianco; Carmen (Britney Young), da sempre in balìa del padre e dei fratelli, che la vorrebbero sposata e accasata e tante altre. Quattordici donne improvvisamente catapultate sul ring con acconciature cotonate, lustrini e body a dir poco improbabili.

Glow

 

Accanto ai creatori Liz Flahive e Carly Mensch compare anche Jenji Kohan, l’ideatrice di Orange is the New Black, il cui “tocco” è ben visibile nella serie: il cast quasi interamente femminile, le personalità dei protagonisti supercaricate e stereotipate, l’idea di ribaltare uno scenario che, nell’immaginario collettivo, ha una connotazione prevalentemente maschile (il carcere in Orange is the New Black, il ring in Glow).

Con le sue scene esilaranti, a tratti anche grottesche ed esagerate, si tratta di una serie che sicuramente punta, da un lato, a far sorridere ed immedesimare il pubblico; dall’altro, a farlo riflettere sulle difficoltà che le donne incontrano a trovare il proprio posto nel mondo, non solo quello del wrestling, ovviamente.

Il tutto condito anche da una buona dose di satira sociale e politica: impossibile, ad esempio, non cogliere nello scontro tra Liberty Bell, la paladina della giustizia a stelle e strisce, e Zoya la Destroya, la bevitrice di vodka, un richiamo al clima tipico della Guerra Fredda, in cui le vicende sono appunto ambientate.

Il risultato, però, è una serie (lenta) tutta stereotipi e cliché, molto scontata, che nonostante gli ottimi presupposti, sembra fondamentalmente non andare da nessuna parte e per la cui storia, forse, sarebbe stato più adatto un film.

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Anna Improta

Written by Anna Improta

Con una laurea e mezza nel cassetto, ancora cerca di capire cosa vuole fare e dove vuole andare. Nel frattempo, oltre a lamentarsi per gli esami come ogni studentessa che si rispetti, parla (troppo), scrive, legge, mangia compulsivamente caramelle gommose e guarda film e telefilm come se non ci fosse un domani

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