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Rockin’ Troubadour : Club 27 il caso Kurt Cobain

Il protagonista di questa settimana è il fragile e magnetico Kurt Cobain, con lui finisce la nostra avventura alla scoperta di demoni e misteri del Club 27

Club 27 - Kurt Cobain

Eccoci qui con l’ultimo appuntamento con il Club 27, dalla settimana prossima la rubrica Rockin’ Troubadour continuerà sempre all’insegna del rock, ma non sveliamo ancora niente.

Il protagonista di questa settimana, come accennato la settimana scorsa, è il fragile e magnetico Kurt Cobain, con lui finisce la recensione del libro che ci ha accompagnato in queste sette settimane: “Rock’n’Roll Noir, I misteri, le relazioni e gli amori del Club 27” di Elisa Giobbi.

Kurt Cobain, come gli altri componenti del Club, ha un’infanzia difficile, i genitori si separano quando lui ha solo 9 anni e in seguito il padre si risposa e ha un altro figlio. Manifesta la sua tristezza nel disegno, scrivendo sui muri della sua cameretta

I hate Mom, I hate Dad, Dad hates Mom, Mom hates Dad. It simply makes you want to be sad”

“Odio mamma, odio papà, papà odia mamma, mamma odia papà. Tutto ciò mi rende triste”

Quel bambino iperattivo viene spesso e volentieri “calmato” con il Ritalin, farmaco usato per il trattamento del disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività. Inizia ad essere sempre più introverso, sempre più “ingestibile”, sempre più un problema. La soluzione più facile per la madre è stata quella di mostrargli la porta di casa, una volta diventato adolescente, e così molte volte si è trovato costretto a chiedere ospitalità ad amici, o addirittura a dormire sotto i ponti di Aberdeen o nella sua macchina.

“Aberdeen, nello Stato di Washington, è un triste villaggio misogino, omofobo e razzista conosciuto solo per aver dato i natali a Kurt Cobain (…) Kurt detestava quel posto senza futuro (…) mal sopportava il sessismo che trasudava da quel misero posto affollato di taglialegna, spesso ubriachi e con una passione insana e tipicamente americana per le armi, che l’aveva contagiato al punto da divenire per lui un’ossessione” (Elisa Giobbi)

Kurt si sentiva estraneo, diverso, da tutto quello che lo circondava e per fuggire da tutto si è rifugiato in un mondo tutto suo, in cui nessuno avrebbe potuto mettere bocca: la sua musica. Una passione, la sua, iniziata all’età di due anni e che ha condiviso con gli zii, che gli hanno regalato la sua prima chitarra.

Si può definire Kurt Cobain come un’artista a tutto tondo, ama la poesia, si diletta con la pittura, crea installazioni, sculture, suona chitarra e tamburo, ma soprattutto trasformava in testi tutte le sue più profonde paure e insicurezze.

Kurt voleva urlare al mondo il suo disappunto, il suo dolore, la sua rabbia e la sua infinita tristezza, aveva bisogno di fare uscire tutto questo nervosismo, che somatizzava con lo stomaco, aveva la necessità di trovare un po’ di pace, che, però, difficilmente arriverà.

Conosce il bassista Krist Novoselic, con il quale condivide il suo disprezzo nei confronti del mondo in cui vivono. Con lui mette su una band: gli “Ed, Ted and Fred”, poi diventati “Skid Row”, poi “Fecal Matter” ed infine “NIRVANA”, con in batterista Chad Channing, sostituito nel 1990 da Dave Ghrol.

Diventano infine una delle band più innovatrici, note e influenti del mondo e del loro tempo, al punto di scalzare dalle vette delle hit parade mostri sacri del pop come Michael Jackson, grazie al loro album Nevermind, dopo il seminale ed energetico Bleach. Il grunge, o “Seattle sound” – uno stile ibrido che mescola punk a metal e rock – viene definitivamente consacrato dai Nirvana (…) Hanno una carica e un’energia unica e ineguagliabile, e Kurt sul palco si trasforma completamente, abbandonando la sua timidezza, urlando tutta la sua rabbia e sfasciando la chitarra, come trent’anni prima faceva il suo conterraneo Jimi Hendrix. Non solo sul palco è grintoso e determinato: si occupa di ogni aspetto riguardante il suo gruppo, dalla composizione dei brani alle illustrazioni dei loro Cd” (Elisa Giobbi)

Ma un altro incontro è stato quello che gli ha cambiato la vita.

È il 12 gennaio 1990, in un locale di Portland, la sua attenzione viene catturata da questa donna, vestita in modo esagerato, con un trucco molto marcato e un atteggiamento sfacciato e arrogante, che gli ha ricordato Nancy Spungen, fidanzata di Sid Vicious dei Sex Pistols. Courtney Love è il suo opposto, lui timido e introverso, lei attaccabrighe e impertinente, lui riservato, lei esibizionista. Due persone che, tranne la droga, non sembrano avere niente in comune, ma attratti l’uno dall’altra come due calamite. È così che nel 1991 nasce la loro tumultuosa storia d’amore, che porterà al matrimonio e alla nascita della loro unica figlia Frances Bean.

La celebrità iniziale dei Nirvana e la storia con Courtney sembrano avergli regalato un attimo di sollievo, un briciolo di felicità, ma tutto questo ha avuto durata assai breve. Come Jimi Hendrix, prima, e Amy Winehouse, poi, la celebrità lo stava opprimendo e soffocando, infinite tournée e scalette sempre uguali l’hanno fatto risprofondare in quel torpore, da quale sembrava fosse riuscito ad uscire.

“Voleva cambiare suono e direzione artistica e non credeva più nella sua band. Era convinto che al punto in cui erano arrivati i Nirvana le cose fossero diventate troppo ripetitive, e lui non aveva più voglia di ripetersi. Il termine grunge era diventato troppo ingombrante e superato e lui voleva uscirne. Anche a costo di correre dei rischi.” (Elisa Giobbi)

Il mal di stomaco cronico, a lungo trascurato, che “curava” con l’eroina e i problemi sentimentali con Courtney che lo stavano portando al divorzio, lo stavano distruggendo fisicamente ed emotivamente. Un altro divorzio nella sua vita, non poteva sopportarne l’idea, se per quello dei suoi genitori non avrebbe potuto fare niente per questo poteva cercare di salvare ancora le cose, poteva fare qualcosa, poteva riuscirci. La prima settimana di marzo del 1994 decide di prendersi un momento per lui e per la sua famiglia, decide di cercare di aggiustare le cose, o almeno di provarci.

Si reca a Roma, dopo il concerto a Monaco di Baviera, dove aspetta l’arrivo della moglie e della figlia. Quel giorno Kurt, gira per Roma, sottraendo anche un piccolo pezzo di pietra dal Colosseo, per regalarlo alla moglie, appassionata di storia dell’antica Roma. Prepara tutto alla perfezione, nella stanza d’albergo aveva fatto portare una dozzina di rose rosse e aveva acquistato della costosa lingerie e degli orecchini di diamanti. Era tutto pronto, mancavano solo le due donne della sua vita.

“Giunge la sera. Kurt è impaziente. Quando finalmente arrivano Courtney e la piccola Frances Bean i tre si abbracciano e festeggiano la riunione familiare con lo champagne. Poi la piccola viene portata via dalla bambinaia e la coppia resta da sola. Ha preparato quell’incontro alla perfezione, senza tralasciare alcun dettaglio. Ora Kurt desidera sua moglie, ha voglia di fare l’amore con lei, ma lei non è dello stesso umore: troppo stanca per il viaggio si addormenta sotto l’effetto del Roipnol, lasciando il marito al suo sconforto.” (Elisa Giobbi)

La mattina dopo Courtney trova il corpo di Kurt disteso sul pavimento, con una lettera di addio e la scatola di Roipnol completamente svuotata, ha ingerito sessanta pasticche quella notte. Viene portato di corsa in ospedale e viene salvato grazie un cocktail di farmaci e poi trasportato all’American Hospital, dove dopo qualche giorno si riprende.

Da questo avvenimento in poi Kurt non si riprende più, amici e parenti cercano di mandarlo in riabilitazione e dopo svariati tentativi ci riescono. Viene ricoverato all’Exodus Medical Center di Los Angeles, città in cui la moglie stava registrando il secondo album delle Hole, “Live through this”. Dopo soli due giorni fugge dal centro, sale su un aereo e torna a Seattle, nessuno sa dove sia, tutti lo cercano, Courtney ingaggia anche un investigatore privato, Tom Grant. Per ritrovarlo, gli vengono anche bloccate tutte le carte di credito, perdendo così la possibilità di rintracciarlo. I comportamenti di Courtney sono leggermente ambigui anche perché non si degna di lasciare Los Angeles per tornare a Seattle a cercare il marito.

L’8 aprile 1994 un ufficiale di polizia, dopo aver preso una chiamata, si ritrova nella villa della rockstar, quella villa la conosceva bene, c’era già stato per una lite domestica tempo prima. Il motivo della chiamata questa volta era diverso, in quella stessa villa vicino al Lake Washington, era stato trovato un cadavere. Accorso sulla scena trova l’elettricista che ha denunciato il fatto, assunto per installare un sistema antifurto. Davanti a sé trova la rockstar seduta di spalle, con accanto una scatola di sigari, con del cotone, una siringa e dell’eroina e tanti altri oggetti, tra cui anche la custodia vuota di un fucile. L’uomo sembra addormentato, ma ha ancora appoggiato sul petto un fucile puntato sulla guancia sfracellata. Il corpo di Kurt Cobain era rimasto in quella soffitta per tre giorni. Viene trovata anche una lettera vicino al corpo, che secondo l’investigatore Tom Grant sembra di più un addio alla musica che un addio alla vita.

Il mistero attorno alla morte di Kurt Cobain è ancora oggi oggetto di dibattito. Troppo strani alcuni dettagli, sembra che non siano state rilevate impronte sull’arma del delitto e che l’elevatissimo tasso di eroina e Valium in circolazione sarebbe quasi incompatibile con la forza necessaria per imbracciare un fucile. Per i detrattori della tesi del suicidio la colpa andrebbe imputata alla moglie Courtney, considerata la principale sospettata dai più e bollata come mandante dell’omicidio del marito. Fatto sta che l’accaduto è stato archiviato come suicidio e nessuno potrà sapere mai la verità al riguardo.

Dopo il gesto di Kurt una sessantina di fan emularono il suo gesto in tutto il mondo.

Courtney lesse ai fan frammenti della lettera d’addio del frontman dei Nirvana, intervallati da una serie di offese, forse per sfogare la rabbia o forse per fare scena, non si sa, ma comunque coinvolse la gente a fare altrettanto per unirsi nel dolore che stavano provando.

Come John Lennon, Kurt Cobain credette sinceramente e con tutte le sue povere forze nella potenza salvifica del rock. Come Jimi Hendrix, suo conterraneo, dopo il divorzio dai genitori all’età di nove anni riversò il proprio disagio sulla chitarra, che, entrambi mancini, suonavano con la mano sinistra. Così come Janis Joplin fu il simbolo degli anni Sessanta, Kurt Cobain fu il manifesto degli anni Novanta; entrami fuggiti da ottusi paesini della provincia americana che avevano odiato, ricambiati. Come Jim Morrison fu perseguitato dal demone della morte e del suicidio, fino ad abbandonarvisi, esausto.” (Elisa Giobbi)

Molti sono stati i documentari e film ispirati al leader dei Nirvana, questo però è stato l’unico con il contributo della famiglia:

Kurt Cobain: Montage of Heck, indicato anche come Cobain: Montage of Heck, è un film documentario del 2015 diretto da Brett Morgen.

Il regista Brett Morgen lavorava al progetto di un documentario su Cobain sin dal 2007. Era stata la vedova di Cobain, Courtney Love, a proporgli l’idea. Il risultato è il primo documentario ufficiale su Kurt Cobain ad avvalersi della collaborazione dei suoi famigliari. A Morgen fu dato accesso senza limitazioni all’archivio personale di Cobain e della famiglia. Il documentario include materiale preso da varie performance dei Nirvana e brani inediti, filmini amatoriali, registrazioni, disegni, fotografie, giornali, nastri demo, e testi di canzoni. Morgen si ispirò a come venivano presentate le interviste nel film Lenny del 1974 come modello per le interviste inserite in Montage of Heck. Sono presenti interviste ai genitori di Cobain, alla sorella Kim, all’ex fidanzata, a Courtney Love, e a Krist Novoselic, bassista dei Nirvana; ma solo immagini di repertorio del batterista Dave Grohl che preferì non partecipare al progetto. Il titolo del film, Montage of Heck, deve il suo nome ad un collage musicale fatto da Cobain con un registratore a cassette a 4 tracce nel 1988, del quale esistono due versioni; una da circa 36 minuti e l’altra da 8 minuti. Molte delle scene presenti nel film sono state realizzate sotto forma di cartoni animati da Stefan Nadelman e Hisko Hulsing. L’unica figlia di Cobain e Courtney Love, Frances Bean Cobain, è la produttrice esecutiva del film. (Wikipedia)

 

Stay tuned!

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Written by Francesca Capozzo

Francesca Capozzo

Maniaca del controllo, nevrotica e ansiosa ma ha anche dei difetti...
Non ha velleità da giornalista, ma vorrebbe condividere con tutti quella che è la sua passione, la musica, andando alla scoperta di biografie, album e documentari che hanno lasciato un segno!

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